Le esperienze terrene dell’anima immortale

Sul fatto che i Druidi insegnassero che l’anima è immortale, anzi, eterna, non ci sono discordanze tra gli studiosi.

Le testimonianze dei contemporanei sono tali da indurre a pensare che i Druidi non solo ritenessero l’anima immortale, ma anche trasmigrante da un corpo all’altro, nel corso di più vite in Abred, il Ciclo delle migrazioni, ossia il mondo terrestre.

Giulio Cesare (De Bello Gallico, VI – 13-34) sostiene che “il punto essenziale” della dottrina druidica “è l’immortalità dell’anima” e aggiunge che i Druidi “insegnano che dopo la morte essa passa in altri corpi”.

Pomponio Mela, Chorographia, III, 2, 18) scrive che “il solo dogma che essi [i Druidi] insegnavano pubblicamente è l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un’altra vita”.

Giamblico (Vita di Pitagora, 30) afferma che i Galli sostengono che “l’anima di chi muore non è distrutta, ma che sussiste”.

Valerio Massimo (Detti e fatti memorabili, II, 6,10-11), scrive che i Galli sono persuasi che “le nostre anime sono immortali”.

Lucano (Guerra civile, I,453-465) scrive, rivolgendosi ai Druidi: “Secondo voi le anime dei morti non raggiungono le dimore silenziose dell’Erébe e il pallido regno di un Dio infero, uno stesso spirito dirige i nostri membri in un altro mondo: la morte, se ciò che voi dite è reale, è una parte di una lunga vita”.

Diodoro Siculo (Biblioteca storica, V, 28) scrive che presso i Galli “è prevalso il dogma di Pitagora secondo il quale è un fatto che le anime degli uomini sono immortali e che dopo un certo numero di anni alcuni ritornano in vita entrando in un altro corpo”.

Strabone (Geografia,IV,IV,4) scrive che “le anime sono imperiture, come il mondo, ma che un giorno lontano regneranno solo il fuoco e l’acqua”. Concetto che pari pari viene anche espresso da un anonimo del VII – VIII sec. in Chrestomaties (IV,14-16).

Il tema dell’immortalità dell’anima e delle sue peregrinazioni costituisce uno dei maggiori punti di contatto tra le dottrine orfiche e pitagoriche e le Triadi bardiche, anche se esistono sostanziali differenze tra quanto ci viene tramandato dalla tradizione druidica e quanto affermano il pitagorismo e l’orfismo.

 

Abred, infatti, non è un luogo di punizione o di caduta delle “gocce di luce” che emanano dal Divino, ma è il cerchio delle trasmigrazioni, delle esperienze dell’essere, dell’incontro con la legge di necessità e con il male inteso come condizionamento degli schemi della mente e al contempo della possibilità della liberazione, con la trasgressione alla legge di necessità. Abred è il cerchio delle molteplici esperienze dei vari stati dell’essere nella materia, così come sono mirabilmente descritti nelle poesie di Taliesin e di Amergin.

Abred è la grande scuola di vita e della trasformazione, dell’apprendimento diretto esperienziale della molteplicità, nella quale l’Essere si determina e della ciclicità della vita stessa.

I punti di contatto con la filosofia pitagorica e con l’orfismo, tuttavia, non mancano.

Erwin Rohde (Psiche o Il culto dell’anima presso i Greci e la loro credenza nell’immortalità), citato da Bertholet, scrive in proposito: “L’uomo deve, secondo la dottrina orfica, liberarsi dei legami del corpo nei quali l’anima è chiusa come un prigioniero nella sua prigione. Ma essa deve percorrere un lungo cammino prima di arrivare alla liberazione. Non ha il diritto di sciogliere lei stessa i suoi legami con la violenza (suicidio) e la morte naturale la libera solo per poco tempo. Perché l’anima si vede, suo malgrado,  chiusa in un nuovo corpo. Mentre, uscita da quello che ha appena lasciato, volteggia liberamente nei venti, è aspirata da un altro essere, e così, sballottata tra una vita libera e senza legami e delle incarnazioni sempre nuove, essa percorre il vasto “cerchio delle necessità” condividendo la vita di molti uomini e animali”. [1]

 

[1] Eduard Bertoleth, La reincarnazione nel mondo antico, Edizioni Mediterranee

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