Cesair, il mito, la fisica

Nei miti, nelle leggende, nelle fiabe spesso si celano nozioni scientifiche.

Spesso miti, leggende e fiabe sono strumenti mnemonici che sottendono acquisizioni scientifiche.

Miti, leggende, fiabe, si pongono pertanto come scrigni che vanno aperti mediante letture dei vari livelli che essi propongono alla nostra attenzione.

Nella tradizione mitologica relativa ai Fianna, Finn mac Cumaill, che ne diventerà il comandante, quand’era giovane catturò un salmone che si rivelò essere l’ultima metamorfosi di Fintan, lo sposo di Cesair, la prima donna a mettere i piedi sul suolo d’Irlanda prima del diluvio. Scottatosi un dito mentre cuoceva il salmone, Finn lo portò alla bocca ed ebbe così accesso all’antica sapienza di Fintan.

Ritroveremo la modalità di accesso alla conoscenza di Finn nel mito di Taliesin, il quale, scottatosi anch’egli un dito con tre gocce del liquido che bolliva nel calderone di Karidwen, ebbe la conoscenza.

Esiste, dunque, una conoscenza antica che si acquisisce “scottandosi” ed assorbendone l’essenza con un gesto (il succhiarsi il dito) che evoca quello di un bambino, ossia di chi è libero da schemi e, al contempo, di chi è disponibile a congiungere alla trasmissione orale della conoscenza teorica quella delle mani, ovvero delle opere, del fare.

Il mito di Fintan induce a pensare ad una conoscenza antidiluviana, salvatasi dal disastro di antiche civiltà e ripropostasi, in vesti diverse (le metamorfosi di Fintan) fino a ricongiungersi al druidismo in epoca storica. Un pensiero, questo, che richiede di soffermarci su un antico mito irlandese e sui possibili significati nascosti con l’uso di un poco di pazienza per le parti relative alla numerologia e alla geometria sacra.

Nella mitologia irlandese, così come è stata trasmessa filtrata dagli amanuensi cristiani nella letteratura del XII secolo, Fintan risulta essere figlio di Bóchra, a sua volta figlio di Bethach, fratello di Noè. Sua moglie Cesair è invece figlia di Bith, figlio di Noè. Fintan e Cesair sbarcano in Irlanda quaranta giorni prima del Diluvio, con altri uomini e donne, i quali muoiono tutti prima che le acque sommergano l’isola. Fintan si rifugia su Tul Tuinne, la “Collina dell’onda” (un riferimento mitologico molto simile alla collina primordiale che emerge dall’oceano primordiale di molte tradizioni) in una grotta, entra in uno stato di catalessi (la conoscenza è nascosta) e diventa immortale, trasformandosi nei secoli in salmone, in aquila e in falco, divenendo testimone di tutte le invasioni che in tempi successivi hanno coinvolto l’Irlanda.

Fintan, dunque, stando al mito, è il detentore dell’antica conoscenza prediluviana; è un sopravvissuto divenuto immortale, ma è anche, se letto in controluce, un elemento importante della mitologia della creazione, andata perduta, dei popoli dell’Europa occidentale.

Fintan contiene nel suo nome il concetto di bianco (Fin) associato a quello di luminoso. Il nome di suo padre è Bóchra e significa oceano.

Dall’oceano primordiale, oggi diremmo il campo zero quantico, il Nero luminoso, il collasso dell’onda dà origine al Luminoso, il quale sbarca sull’isola d’Irlanda a Dún na mBarc, nel Corco Duibne, nel Múmu occidentale in compagnia di altri due uomini e di cinquanta donne (il tre e il cinquanta sono numeri che troviamo costantemente nella mitologia druidica). Dal luogo dello sbarco Fintan giunge a Bun Suaimne, nei pressi di Cumar na Tri nUisce «Confluenza delle tre acque», perché tre fiumi vi mescolano le proprie acque: il Siuir, il Feorech e il Berba.

Il Luminoso, emerso dall’oceano primordiale, approda all’Eden-Irlanda-Isola, dove tre fiumi uniscono le loro acque e sulla collina primordiale, in una grotta, ossia nella Dea Madre, dopo un periodo di gestazione (la catalessi) entra nel mondo delle forme, trasformandosi in salmone, aquila, falco.

L’aquila e il falco sono simboli della parte spirituale e ci ricordano che Fintan, il Bianco, è figlio dell’oceano primordiale, ovvero l’oceano celeste, il Nero luminoso, Belenus (dal basco Beltz-nero), dal quale escono i  mondi.

Il salmone ci ricorda la possibilità di risalire la corrente fino alla conoscenza originaria.

Fintan è sposo di Cesair, che viene identificata con Banba, la Dea eponima di Ériu. Ban significa donna o, meglio, il femminile. Cesair è la prima donna a posare il piede sulla di terra d’Irlanda ed è in un certo senso l’Irlanda stessa.

Banba, Ériu e Fódla sono le tre regine del popolo Dánann, ossia della Dea Dana, e sono eponime dell’isola d’Irlanda. Nel mito di Fintan abbiamo Cesair, sua moglie, Barrfinn (Punta lucente), moglie  di Bith (mondo) e Balba (moglie di Ladra).

Nella cronaca degli Scoti si parla esplicitamente della prima donna giunta in Irlanda, alla quale vengono attribuiti i tre nomi di  Ériu, Banba e Cesair.

Siamo in presenza di un antico mito in cui una donna una e trina, ossia la Dea Madre, la Triplice, fonda Ériu, l’Isola di smeraldo, ossia il verde Eden, il Paradiso terrestre, dove c’è la collina primordiale e scorrono tre fiumi le cui acque si uniscono.

L’Irlanda è, dunque, simbolicamente la Dea Madre Terra e il Paradiso terrestre.

Cesair significa grandine, ovvero acqua che si solidifica, un aspetto dell’oceano primordiale indifferenziato che si differenzia e si evidenzia, il collasso dell’onda del campo quantico, l’emergere della manifestazione dall’immanifesto.

I nomi delle cinquanta fanciulle giunte con Fintan in Irlanda danno l’idea di una progressiva differenziazione della manifestazione in ciò che chiamiamo l’universo creato.

Seguendo la traduzione suggerita dal commento ai testi mitologici irlandesi proposta da Bifröst (www. Bifröst.it) abbiamo: Rinne-promontorio, Tam-terreno disboscato, Fodarg-terra profondamente arata, Aíl-rupe o scogliera, Tamal-spazio o distanza, Abba o Aba-fiume, Bona-eterna e Irrand-terra o mondo. Altre fanciulle sono eponime di popolazioni.

Il mito di Fintan si propone,  dunque, come antico mito della creazione, simile a molti miti dell’origine del mondo riscontrabili in altre culture, come quello indù relativo al monte Meru, montagna sacra al centro dell’universo o quello egizio di Atum che esce dall’uovo cosmico nel Nun, oceano di energia immobile, e prende forma su una collina primordiale rappresentata dalla piramide. Difficile ritenere a questo punto, come qualcuno fa, che i druidi non ci abbiano lasciato un loro mito della creazione.

Siamo di fronte ad un’evidenza che si rende tale nel campo quantico indifferenziato e che, in quanto evidenza, entra nel limite spazio-temporale e nell’ambito del molteplice. Dall’oceano di energia immobile e indifferenziato, il Nero luminoso, emerge agitandosi in forma d’onda (il verbo), la luce che si differenzia e dà luogo alla molteplicità della materia.

Il mito di Fintan ci suggerisce inoltre l’esistenza di una civiltà prediluviana che incontriamo in molte mitologie in tutto il mondo.

Il mito di Fintan, ancora, ci suggerisce le tracce di una conoscenza antica, prediluviana, nascosta, sospesa, in catalessi, racchiusa nel mistero, ma le cui chiavi possono essere riscoperte. Ricaviamo, infatti, dal mito una serie di numeri di grande interesse. Ci sono tre uomini e cinquanta donne. Le donne vengono divise tra i tre uomini cosicché 17 spettano a Fintan (compresa la moglie Cesair), 17 a Bith (compresa la moglie Barrfin) e sedici a Ladra (inclusa la moglie Balba). Abbiamo, quindi, in evidenza i numeri 3, 50, 17 e 16. I riferimenti numerici sono assai interessanti. Il numero 50 è la somma dei quadrati dei lati del triangolo pitagorico o, meglio, del triangolo di Iside, detto anche triangolo sacro, noto ai druidi, i quali lo tracciavano con una corda suddivisa in dodici segmenti uguali contraddistinti da nodi.

Il noto teorema di Pitagora ci dice che la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa, quindi: 9+16=25. La somma dei quadrati è: 9+16+25=50

Cinquanta è, dunque, il numero del triangolo sacro.

Se moltiplichiamo 50 (le donne) per tre abbiamo 150, un numero che, come il primo, troviamo in molte leggende celtiche, come, ad esempio, quelle dell’eroe Cu Chulainn.

(vedi https://idruidi.org/2015/12/08/cu-chulainn-e-il-calendario/).

Se aggiungiamo a 150 (3 per 50) il moltiplicatore 3 otteniamo 153, che si rivela essere un numero assai interessante, in quanto è la somma di tutti i numeri dall’uno al 17 ed è anche il prodotto di 17 per nove. Il numero 153, inoltre, è il triangolare di 17 e l’esagonale di 9.  Cosa significa? Significa che il 153 è la rappresentazione geometrica del 17 e del 9. Il procedimento, nel quale erano esperti i Greci, consiste “nel proiettare nello spazio le diverse realtà matematiche. Se invece di scrivere i numeri per mezzo di un sistema di numerazione li si rappresenta tramite gruppi di punti, si scoprono proprietà aritmetiche interessanti. Si può immaginare un numero – o qualunque altro principio astratto – come una realtà tangibile: lo si può, se non materializzare, quanto meno visualizzare”. [i]  L’esempio classico è la tetraktis pitagorica. Il punto è l’antenato comune. Nella tetraktis il numero manifesto è 4 che, rappresentato con il metodo triangolare, dà luogo alla somma di 1+2+3+4=10, dove 1, 2, 3 sono, come il 10, numeri segreti. In particolare il 10 è il numero triangolare di 4.

Nel nostro caso 153, come abbiamo visto, è il triangolare di 17 e l’esagonale di 9.

Potremmo ancora notare che 153 è 12 al quadrato più 3 al quadrato e il 12 è un numero importante, in quanto è la somma dei lati del triangolo sacro. Il 153 è inoltre 1 al cubo, più 5 al cubo, più 3 al cubo, “il ché lo rende uno dei quattro numeri (diversi da 1) che sono uguali alla somma dei cubi delle proprie cifre”. [ii]

Si evidenzia, dunque, un legame tra i numeri 50, 3 e 17, ossia tra il numero totale delle donne, i tre uomini e la prima divisione delle donne in due schiere di 17, restando l’ultima di 16 (quadrato di quattro) per differenza. Notiamo, inoltre, che l’insieme dei componenti il popolo di Cesair è di 53, che moltiplicato per cinque dà 265, numero che, come vedremo, risulta di grande utilità.

Il cinque, come il tre, era numero sacro ai druidi, in quanto rappresentava la stella a cinque punte, simbolo della mano e della Dea, ma anche della conoscenza del numero aureo.

[i] Marc-Alain Quaknin, I Misteri dei Numeri, Atlante – Bologna

[ii] Le Scienze, dicembre 2009, pag.28: “Tutto sul centocinquatatre”

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