Costruiamo il mondo nel quale vivremo, figli di noi stessi.

terra

Il dibattito sui destini della Terra, che trova grande attenzione in rapporto agli aspetti ecologici, pone una questione più ampia, che non riguarda solo l’ecosistema, ma anche l’anthroposistema, con i suoi corollari relativi alla libertà e alla possibilità di vita pacifica e armonica.

Tali questioni non riguardano le generazioni future, come se fossero altro da noi. Riguardano noi stessi, perché noi stessi siamo le generazioni future, così come siamo stati le generazioni passate.

C’è, a supporto di questa affermazione, un complesso mitologico che sottende una grande verità che ci riguarda.

La Grande Madre, la Potnia, ha un suo fondamento, come scrive Umberto Pestalozza,[1] in una civiltà non astronomica, ma agricola, sorta nella civiltà neolitica circummediterranea, ma c’è un fondamento più antico: la Grande Madre non nasce con la civiltà agricola, essa risale al Paleolitico superiore, oggetto di culto da parte di popoli di cacciatori e raccoglitori che avevano colto il divino già nelle loro donne.[2]

La Grande Madre, dunque, accompagna l’umanità fin dagli albori della sua storia.

La Grande Madre è vergine, in quanto potente e dotata di autonomia generativa dinamica (l’androginia è l’aspetto statico) e ha un figlio, che è anche suo paredro e padre.

Gli esempi di questa circolarità nel rapporto femminile-maschile del divino, per il quale il maschile è contemporaneamente figlio, amante e padre del femminile, è presente in molte tradizioni.

Iȏ, la vacca divina, forma notissima della Potnia, è Mater illustre e Ion, eponimo degli Ioni, è figlio e paredro della Dea. Artemide, in una delle sue molte versioni, ha come figlio e paredro Dioniso.

Nella mitologia irlandese il Dagda e Ogma, come anche Lug, vengono a volte descritti come i figli di  Ethniu, e nel “Corteggiamento di Etain”, Ethniu è amante di Dagda. Il Dagda, in alcune versioni, è padre della Dea.

La Dea Dana, che non ha subito il rovesciamento patrilineare, conserva pienamente le sue caratteristiche di madre dei Tuatha Dé e, con i suoi vari nomi[3] (Etain, Ethniu, Boand), risulta madre e amante di Lug, di Ogmios e del Dagda, ossia delle principali figure maschili del pantheon celtico.

Esiodo, nella Teogonia, scrive: “Gaia per primo generò, simile a sé, Urano stellato, che l’avvolse tutta intorno…….dopo, con Urano giacendo, generò Oceano dai gorghi profondi ….”.

La Potnia, pertanto, è la donna non domata per natura, in quanto è la Natura, sempre incinta, sempre amante e sempre vergine. Il maschio ne è figlio e paredro, come il Sole, ospite gradito nel grembo di Potnia Gaia. A volte è anche padre della Dea della quale è figlio.

Anche la cristianizzazione della Dea conserva la caratteristica circolare del rapporto tra il maschile e il femminile. Maria, infatti, è madre del Dio figlio, il quale, essendo allo stesso tempo Dio Padre, è padre di sua madre, la quale da lui è stata resa gravida di se stesso.

Nel XXXIII Canto del Paradiso, Dante, a questo proposito scrive:  “Vergine madre, figlia del tuo figlio,umile e alta più che creatura,termine fisso d’etterno consiglio,  tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Analogo concetto Chrétien de Troyes, nel Lancillotto, fa esprimere ad un cavaliere che chiede mercé: “Vi prego di avere pietà di me, per il Dio che è figlio e padre, e che fece sua madre Colei era sua figlia e sua ancella”.

L’insieme dei miti ci indica un archetipo sottendente una verità che ci riguarda: noi siamo figli di noi stessi.

Come è possibile? La risposta è nella reincarnazione, così come ci viene descritta anche  nelle Triadi bardiche, frutto della conoscenza druidica.

E’ necessario, ci spiegano le Triadi, che la creatura che emana da Ceugant, il Cerchio Vuoto, ove dimora il Divino, si vesta della sua forma materiale in Annwfn, la parte inferiore di Abred, il cerchio delle migrazioni, per arrivare in seguito, come scrive il Pictet, “per legame e per contrasto tra l’anima e il corpo, per l’opposizione di soggetto e oggetto, alla conoscenza, vale a dire, alla coscienza di se stessa e del mondo esterno come di due termini distinti”.[4]

Nella filosofia dei druidi non esiste l’inferno come luogo ove gli esseri umani scontano i loro peccati, ma l’inferior come la parte inferiore del cerchio delle migrazioni, ossia l’Annwn, l’abisso.

 L’Annwn o Annwfn è la parte più bassa del cerchio di Abred, dove lo spirito si veste di forma per iniziare il suo viaggio nella materialità.

Annwn o Annwfn, come ci spiega la Triade XIV, è il luogo dell’inizio della manifestazione e della vita di tutte le esistenze: “Tre fasi necessarie di tutte le esistenze in rapporto alla vita: l’inizio in Annuwn, la trasmigrazione nell’Abred e la pienezza nel cielo o cerchio di Gwynfyd, e senza queste tre cose nulla può essere eccetto Duw [il Divino]”.

L’Annwfn, l’abisso senza fondo, che fa parte del cerchio di Abred, è il punto di partenza della trasmigrazione in base alla quale gli esseri si elevano gradualmente verso la luce e la vita”. [5] In Annuwn, nell’abisso, troviamo “la vita al suo minore grado, vale a dire, in germe, la sostanza materiale che costituirà l’inviluppo perituro delle creature”. [6]

Nella XIII triade si legge: “Tre stadi di esistenza degli esseri animati: lo stato di caduta nell’Annuwn, lo stato di libertà nell’umanità e lo stato d’amore o di felicità del Gwynfyd”.

L’Annuwn si propone, nella descrizione delle Triadi bardiche, come il luogo della caduta dei Mandred (germi di luce), dell’incontro tra il germe di luce e il germe di vita, tra spirito (proveniente da Ceugant) e materia; il luogo dell’inizio del lungo viaggio dell’evoluzione, che non finirà mai, non solo nell’Abred, ma anche in Gwynfyd.

Vediamo ora le altre Triadi bardiche che si occupano di Abred e delle sue caratteristiche.

Nella triade XVIII leggiamo: “Tre calamità originarie d’Abred: la necessità, la perdita di memoria, la morte”.

La triade XIX ci dice come la trasmigrazione in Abred sia una delle condizioni per la pienezza della scienza: “Ci sono tre condizioni necessarie per arrivare alla pienezza della scienza: trasmigrare nell’Abred, trasmigrare nel Gwynfyd e ricordarsi di tutte le cose fino all’Annwn”.

La triade XXV descrive i motivi per cui l’uomo cade sotto la legge di necessità : “Per tre cose l’uomo cade sotto la necessità di Abred: per l’assenza di sforzo verso la conoscenza, per il non attaccamento al bene, e per l’attaccamento al male; ossia, per queste cose egli discende nell’Abred fino al suo analogo, ed egli trasmigra di nuovo come prima”.

La triade XXVI elenca i motivi del ritorno in Abred: “Per tre cose l’uomo ridiscende necessariamente nell’Abred, sebbene da tutti gli altri punti di vista si sia legato a ciò che è buono: per l’orgoglio fino all’Annuwn, per la falsità, fino al punto di demerito equivalente, e per la mancanza di carità, fino al grado equivalente di animalità. Da là egli trasmigra di nuovo verso l’umanità come prima”.

Abred, dunque, è il cerchio delle trasmigrazioni, delle esperienze dell’essere, dell’incontro con la legge di necessità e con il male inteso come condizionamento degli schemi della mente e al contempo della possibilità della liberazione, con la trasgressione alla legge di necessità.

Abred è il cerchio delle molteplici esperienze dei vari stati dell’essere nella materia, così come sono mirabilmente descritti nelle poesie di Taliesin e di Amergin.

Abred è la grande scuola di vita e della trasformazione, dell’apprendimento diretto esperienziale della molteplicità e della ciclicità della vita stessa.

Le Triadi bardiche ci dicono che l’essere umano, emanato come scintilla divina, si incarna nel mondo delle migrazioni, è sottoposto alla legge di necessità, dalla quale dovrà liberarsi, e in base alle sue esperienze e a come le condurrà compirà in Abred più viaggi prima di liberarsi dalla materialità e raggiungere il Mondo Bianco, Gwynfyd.

La conseguenza di tale descrizione del transito degli esseri umani nel mondo è che essi si incarnano più volte, in epoche diverse, poiché Abred è il mondo dello spazio tempo, ossia del tempo lineare, ove esistono un passato, un presente e un futuro.

L’insegnamento più significativo è che noi potremmo essere stati, in altre vite, gli avi di noi stessi e potremmo essere gli avi di noi stessi in un prossimo o lontano futuro, in una circolarità di funzioni, maschili e femminili, paterne o materne, figliali o paredriche.

L’altro insegnamento significativo è che il mondo che stiamo costruendo non sarà dei nostri figli, ma di noi stessi in quanto figli di noi stessi.

Costruire un mondo migliore non è, pertanto, solo un atto d’amore e di responsabilità nei confronti di altri, ma anche di noi stessi.

Abbiamo, pertanto una grande responsabilità per come staremo nel mondo, per come nel mondo che andiamo costruendo potremo fare nuove esperienze, per come poniamo le basi per la nostra evoluzione.

[1] Umberto Pestalozza, Eterno femminino mediterraneo, Neri Pozza.

[2] Vedi Raffaele Petazzoni, Miti e leggende, Utet, 1948

[3] I nomi della Dea sono molteplici e riguardano l’insieme dei fenomeni racchiusi nel mondo atmosferico di gaia (terra, fiumi, mare, ecc.).

[4] Adolphe Pictet, Le mystère des bardes de l’ile de Bretagne ou la doctrine des bardes gallois du moyen age sur dieu, la vie future e la trasmigration des ames, Joel Cherbuliez, librarie éditeur – Genève-Paris, 1856

[5] Adolphe Pictet, op. cit.

[6] Adolphe Pictet, op.cit.

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